Le divergenze interne alle grandi aziende tecnologiche americane stanno emergendo con forza crescente mentre l'amministrazione Trump spinge per eliminare qualsiasi forma di regolamentazione statale sull'intelligenza artificiale. Il caso più emblematico riguarda Microsoft, dove il chief scientist Eric Horvitz ha pubblicamente criticato la proposta di moratoria decennale sostenuta dalla sua stessa azienda, creando una frattura che evidenzia le tensioni tra profitti aziendali e responsabilità scientifica. La posta in gioco non potrebbe essere più alta: secondo alcuni esperti del settore, le tecnologie AI attualmente in sviluppo potrebbero avere tra il 10% e il 30% di probabilità di causare l'estinzione umana.
La contraddizione di Microsoft: scienziati contro lobby
Durante un intervento alla conferenza dell'Association for the Advancement of Artificial Intelligence, Horvitz ha lanciato un monito che suona come una sfida diretta alla strategia aziendale di Microsoft. L'ex consigliere tecnologico di Joe Biden ha dichiarato che i divieti di regolamentazione "ci freneranno" e potrebbero essere "in contrasto con il fare buoni progressi non solo nell'avanzare la scienza, ma nel tradurla in pratica".
Le sue parole acquistano un peso particolare considerando che Microsoft, secondo quanto riportato dal Financial Times, sta conducendo insieme a Google, Meta e Amazon una campagna di lobbying per sostenere proprio quella moratoria che Horvitz critica apertamente. L'azienda di Redmond ha investito 14 miliardi di dollari in OpenAI, il creatore di ChatGPT, rendendo ancora più complessa la sua posizione nel dibattito.
La corsa contro la Cina e i timori geopolitici
L'amministrazione Trump giustifica la proposta di blocco decennale con motivazioni di sicurezza nazionale, temendo che la Cina possa vincere la corsa verso l'intelligenza artificiale di livello umano. Il vicepresidente JD Vance ha espresso questi timori in termini drammatici: "Se facciamo una pausa, la Cina non farà una pausa? Allora ci troveremo... schiavizzati dall'AI mediata dalla Cina".
Marc Andreessen, co-fondatore del fondo di investimento Andreessen Horowitz e sostenitore di Trump, ha descritto la situazione come una "corsa a due cavalli per la supremazia nell'AI" tra Stati Uniti e Cina. La sua posizione riflette quella di molti investitori tecnologici che preferiscono regolamentare gli usi commerciali piuttosto che la ricerca stessa.
Rischi esistenziali e previsioni apocalittiche
Stuart Russell, professore di informatica all'Università della California a Berkeley, ha posto una domanda che dovrebbe far riflettere tutti: "Perché dovremmo permettere deliberatamente il rilascio di una tecnologia che anche i suoi creatori dicono abbia dal 10% al 30% di probabilità di causare l'estinzione umana? Non accetteremmo mai niente di simile a quel livello di rischio per qualsiasi altra tecnologia".
Il dibattito si intensifica mentre le previsioni sui tempi di sviluppo dell'intelligenza artificiale generale (AGI) variano drasticamente. Da un lato, il chief scientist di Meta Yann LeCun sostiene che l'AGI potrebbe essere lontana decenni; dall'altro, il suo capo Mark Zuckerberg ha appena annunciato un investimento di 15 miliardi di dollari per raggiungere la "superintelligenza".
Scenari futuristici e realtà imminente
Sam Altman, CEO di OpenAI, ha dipinto uno scenario che sembra uscito da un film di fantascienza ma che potrebbe materializzarsi molto presto: "Tra cinque o dieci anni avremo grandi robot umanoidi e cammineranno semplicemente per strada facendo cose... Penso che quello sarà uno dei momenti che... sembrerà il più strano".
Horvitz ha espresso preoccupazioni concrete sui rischi già visibili: l'AI viene già "sfruttata per disinformazione e persuasione inappropriata" e utilizzata "per attività malevolenti, ad esempio, nello spazio dei rischi biologici". La sua posizione è chiara: "Spetta a noi scienziati comunicare alle agenzie governative, specialmente a quelle che in questo momento potrebbero fare dichiarazioni su nessuna regolamentazione, che questo ci frenerà".
Il caso Microsoft illustra perfettamente le contraddizioni di un'industria divisa tra l'urgenza di mantenere il vantaggio competitivo e la consapevolezza dei rischi potenzialmente catastrofici che le proprie creazioni potrebbero comportare per l'umanità.