L'imperialismo digitale delle Big Tech
Le aziende tecnologiche operano con la mentalità degli imperialisti del passato, esplorando territori stranieri per saccheggiare risorse senza chiedere permesso. La differenza è che oggi queste risorse sono i prodotti della mente umana: la cultura, gli archivi dell'immaginazione collettiva, il patrimonio intellettuale che definisce chi siamo come società. Quello che un tempo richiedeva navi e cannoni, oggi avviene con server e algoritmi di "scraping".
Il processo è iniziato con l'aspirazione di contenuti pubblici da internet, ma ben presto le aziende hanno capito che per ottenere materiale di qualità dovevano rubare i libri. I libri, come sanno tutti, sono proprietà intellettuale: vengono scritti spesso nell'arco di anni, vengono concessi in licenza agli editori e generano royalty per gli autori. Senza questa protezione economica, nessuno continuerebbe a scriverli.
La proposta shock della Productivity Commission
Quello che lascia davvero sbalorditi è la proposta della Productivity Commission australiana di legalizzare retroattivamente questo furto attraverso il cosiddetto "text and data mining" (TDM). Questa misura, originariamente concepita per sostenere la ricerca su grandi volumi di informazioni, viene ora distorta per giustificare l'appropriazione illegale di opere protette da copyright per scopi commerciali.
Gli stessi sostenitori del TDM consideravano questa proposta un "tiro lungo" che non sarebbe mai stato preso sul serio dai policymaker australiani. Eppure, sotto la bandiera del progresso e dell'innovazione, la classe politica australiana sta seriamente considerando di legittimare comportamenti palesemente illegali.
I numeri parlano chiaro: le industrie creative australiane impiegano il 5,9% della forza lavoro nazionale e contribuiscono con 160 miliardi di dollari all'economia. Legalizzare questo furto significherebbe la fine della scrittura creativa, del giornalismo, della saggistica, della musica e della produzione teatrale in Australia. Chi continuerebbe a lavorare sapendo che il proprio lavoro può essere rubato, degradato e reso immediatamente disponibile gratis a tutti?
I veri volti dietro l'AI
Per capire cosa è davvero in gioco, bisogna guardare ai valori di chi guida questa rivoluzione tecnologica. Mark Zuckerberg, la cui empatia sembra essersi atrofizzata insieme all'espansione del suo algoritmo, ha dichiarato che "uno scoiattolo che muore davanti a casa tua può essere più rilevante per te di persone che muoiono in Africa". Oggi promuove apertamente "una cultura che celebra l'aggressività" e chiede più "energia maschile" sul posto di lavoro.
Eric Schmidt, ex capo di Google, è stato ancora più esplicito: "Non abbiamo bisogno che tu digiti nulla. Sappiamo dove sei. Sappiamo dove sei stato. Possiamo più o meno sapere a cosa stai pensando". Questi sono i "broligarca" che, dopo aver fatto la loro prima fortuna rubando le nostre informazioni personali, ora puntano ai nostri prodotti creativi per la seconda ondata di profitti.
Una strategia di resistenza
Il governo australiano si trova di fronte a una scelta cruciale. Invece di arrendersi, dovrebbe sviluppare una strategia di resistenza. Ogni prodotto AI disponibile ai consumatori australiani dovrebbe dimostrare la conformità al regime nazionale di copyright e diritti morali. Le opere rubate dovrebbero essere cancellate dai sistemi AI, e dovrebbe essere richiesta una negoziazione vera - non simbolica - per ottenere consenso e pagamento ai creatori.
La battaglia per il copyright non è solo una questione legale, ma una lotta per l'anima della nazione. Senza la protezione dei diritti d'autore, l'Australia rischia di perdere non solo la sua industria editoriale da 2 miliardi di dollari, ma la capacità stessa di conoscere se stessa attraverso le proprie storie. In un mondo dove l'informazione è potere, cedere la propria cultura significa accettare una nuova forma di colonialismo digitale.