Nell'era digitale in cui viviamo, la resistenza all'intelligenza artificiale generativa sta assumendo contorni sempre più definiti. Mentre aziende e professionisti abbracciano con entusiasmo strumenti come ChatGPT, una corrente sotterranea di opposizione si fa strada tra scrittori, artisti e accademici. Queste persone non sono necessariamente tecnofobe – anzi, molte hanno una solida formazione tecnologica – ma sollevano interrogativi profondi sui costi umani, ambientali ed etici dell'IA generativa. La loro è una forma di resistenza consapevole, che mette in discussione l'inevitabilità di un futuro dominato da contenuti artificiali.
La ribellione dei creativi: quando l'IA minaccia l'autenticità
Emily M Bender, professoressa di linguistica all'Università di Washington e co-autrice del libro "The AI Con", esprime con chiarezza il suo rifiuto dei modelli linguistici di grandi dimensioni: "Non sono interessata a leggere qualcosa che nessuno ha scritto". Per Bender, i testi generati dall'IA rappresentano soltanto collage di parole prese da fonti diverse, privi di quella connessione umana autentica che è alla base della comunicazione.
La sua preoccupazione va oltre il piano individuale: "Quando ci rivolgiamo ai media sintetici anziché a quelli autentici, perdiamo la connessione umana. E questo avviene sia a livello personale che in termini di forza della comunità". Bender cita il ricercatore Chris Gilliard, evidenziando come questa tendenza possa essere vista come "una mossa tecnologica delle aziende per isolarci gli uni dagli altri, facendo in modo che tutte le nostre interazioni siano mediate attraverso i loro prodotti".
April Doty, narratrice di audiolibri, condivide preoccupazioni simili nel suo campo. Con Audible che ha recentemente annunciato la possibilità per gli editori di creare audiolibri utilizzando la tecnologia IA, Doty è preoccupata: "Non conosco nessuno che voglia farsi leggere una storia da un robot, ma temo che questo rovinerà l'esperienza al punto che le persone non vorranno più abbonarsi alle piattaforme di audiolibri".
Le allucinazioni dell'IA: quando le macchine inventano la realtà
Il romanziere Ewan Morrison racconta con ironia di aver scoperto, attraverso una richiesta a ChatGPT, di essere l'autore di un libro intitolato "Nine Inches Pleases a Lady". "Ho scritto solo nove libri", spiega Morrison, "ma sempre desideroso di compiacere, ChatGPT ha deciso di inventarne tre". Il titolo immaginario, osserva l'autore, contiene elementi tratti da una poesia oscena di Robert Burns, evidenziando la tendenza dell'IA a confondere e mescolare informazioni esistenti piuttosto che creare qualcosa di veramente originale.
Un recente studio ha rilevato che l'IA risponde in modo impreciso a più del 60% delle domande. Morrison, che inizialmente era preoccupato per il potenziale di una superintelligenza fuori controllo, ha cambiato prospettiva: "Più mi addentro nella questione, più mi rendo conto che è una finzione che viene agitata davanti agli investitori del mondo, affinché investano miliardi – in realtà, mezzo trilione – in questa ricerca di una superintelligenza artificiale. È una fantasia, un prodotto del capitale di rischio impazzito".
Il costo nascosto dell'innovazione artificiale
Tra le preoccupazioni più concrete sollevate dai "ribelli dell'IA" c'è l'impatto ambientale. April Doty esprime indignazione per l'enorme potenza di calcolo richiesta dalle ricerche e risposte IA: "Sono infuriata dal fatto che non si possano disattivare le panoramiche IA nella ricerca Google. Ogni volta che cerchi qualcosa, stai fondamentalmente bruciando il pianeta". Questa consapevolezza l'ha spinta a utilizzare altri motori di ricerca e, dove possibile, a "rinunciare all'uso dell'IA".
Anche le violazioni del copyright preoccupano Morrison e sua moglie, la sceneggiatrice Emily Ballou. I modelli di IA vengono addestrati su materiale esistente, minacciando i diritti degli autori. Nell'industria dell'intrattenimento, osserva Morrison, "le persone stanno usando algoritmi di IA per determinare quali progetti otterranno il via libera, e questo significa che siamo bloccati a rifare il passato. Gli algoritmi dicono 'Di più dello stesso', perché è tutto ciò che possono fare".
A queste si aggiungono le preoccupazioni per la perdita di posti di lavoro (Bill Gates ha recentemente previsto che l'IA porterà a una settimana lavorativa di due giorni), la dipendenza tecnologica, i danni al sistema educativo e l'uso dell'IA nelle armi, che Morrison trova "eticamente ripugnante".
Resistere senza rifiutare la tecnologia
Contrariamente a quanto sostengono i fautori dell'IA, chi resiste all'uso dell'intelligenza artificiale generativa non è necessariamente tecnofobico. Justine Bateman, regista e scrittrice che ha definito l'IA generativa "una delle peggiori idee che la società abbia mai concepito", possiede una laurea in informatica. "Amo la tecnologia", chiarisce. "Amo anche il sale, ma non lo metto su tutto".
Steve Royle, professore di biologia cellulare all'Università di Warwick, utilizza ChatGPT per il "lavoro pesante" di scrittura di codice informatico per analizzare dati, ma si rifiuta di usarlo per generare testi. "Per me, nel processo di scrittura, formuli le tue idee e, riscrivendo e modificando, cristallizzi davvero ciò che vuoi dire. Far fare questo a una macchina non è di questo che si tratta".
Emily Bender si definisce una "tecnologa", ma crede che "la tecnologia dovrebbe essere costruita dalle comunità per i propri scopi, piuttosto che dalle grandi aziende per i loro". Aggiunge con una risata: "I luddisti erano fantastici! Indosserei quel distintivo con orgoglio".
La ricerca dell'autenticità nell'era dell'artificiale
Bateman ha fondato un'organizzazione, Credo 23, e un festival cinematografico per mostrare film realizzati senza IA. Lo paragona a un "marchio biologico per i film, che dice al pubblico che non è stata utilizzata l'IA". Le persone, sostiene, "avranno fame di qualcosa di crudo, reale e umano".
Questa ricerca di autenticità risuona con l'esperienza di Doty come narratrice di audiolibri. "I narratori non si limitano a leggere parole; percepiscono ed esprimono i sentimenti sotto le parole. L'IA non potrà mai fare questo lavoro perché richiede decenni di esperienza nell'essere un essere umano", afferma con convinzione.
Per alcuni, resistere all'IA significa anche affrontare dilemmi etici personali. Tom, che lavora nell'IT per il governo, ha scoperto che i colleghi utilizzano ChatGPT per scrivere valutazioni annuali che influenzano le promozioni. Nonostante consideri questo approccio come una forma di imbroglio, teme che rifiutarsi di utilizzare l'IA lo metta in svantaggio professionale. "Mi sento quasi come se non avessi altra scelta che usarla a questo punto. Potrei dover mettere da parte la morale", ammette con rammarico.
Un movimento di resistenza consapevole
Quello che emerge dalle testimonianze di questi "obiettori di coscienza dell'IA" non è un rifiuto cieco della tecnologia, ma una riflessione critica sulle sue implicazioni. Come osserva Bateman: "Continuiamo a muoverci come zombi verso un mondo in cui nessuno vuole veramente vivere".
Morrison, che su X si scontra occasionalmente con gli entusiasti dell'IA, viene spesso definito "decel" (decelerazionista), ma ride quando le persone pensano che sia lui a non stare al passo. "Non c'è nulla che fermi l'accelerazionismo più del fallimento nel mantenere ciò che hai promesso. Sbattere contro un muro è un buon modo per decelerare", afferma con lucidità.
In un panorama tecnologico che spinge costantemente verso l'adozione dell'IA generativa, questi resistenti ci ricordano che esiste un'alternativa: un futuro in cui la tecnologia sia al servizio dell'esperienza umana, non un suo sostituto. La loro non è una battaglia contro il progresso, ma una difesa dell'autenticità in un'epoca in cui rischia di diventare una merce rara.