La Silicon Valley torna a far parlare di sé per quella che molti definiscono la cultura del superlavoro, con i leader tecnologici più influenti che smontano apertamente il concetto di equilibrio tra vita privata e professionale. Andrew Feldman, cofondatore e amministratore delegato di Cerebras, azienda di chip per l'intelligenza artificiale valutata 8,1 miliardi di dollari, ha recentemente definito "sconvolgente" l'idea che si possa raggiungere la grandezza lavorando 38 ore settimanali. Le sue dichiarazioni, rilasciate durante il podcast 20VC, si inseriscono in un dibattito sempre più acceso tra chi sostiene la necessità di orari più umani e chi invece considera lo sforzo estremo una condizione imprescindibile per il successo imprenditoriale.
Non si tratta di un'opinione isolata nel panorama delle startup americane. Sergey Brin, cofondatore di Google, e Kevin O'Leary, volto noto del programma televisivo Shark Tank, hanno espresso posizioni analoghe. Secondo questa visione, i professionisti possono certamente mantenere un orario di 40 ore settimanali e vivere felici, ma non saranno loro a creare la prossima unicorn o a lanciare prodotti che definiscono un'intera generazione tecnologica.
"Puoi avere una vita eccellente, fare molte cose davvero buone e ci sono numerose strade verso la felicità", ha precisato Feldman. Tuttavia, il percorso per costruire qualcosa di nuovo dal nulla e renderlo straordinario richiede ben altro: ogni minuto da svegli, con tutti i costi personali che questo comporta.
La questione degli orari di lavoro divide anche chi ha già raggiunto il vertice. Eric Yuan, amministratore delegato di Zoom, ha dichiarato ai suoi dipendenti che non esiste alcun modo per raggiungere l'armonia tra lavoro e vita privata, sostenendo che "il lavoro è vita, la vita è lavoro". Persino l'ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ammesso che per eccellere in qualsiasi campo serve una concentrazione totale in determinati momenti della carriera.
Reid Hoffman, cofondatore di LinkedIn, nel 2014 aveva messo in guardia gli studenti di Stanford durante un corso dedicato alle startup: chi parla di vita equilibrata non è veramente impegnato a vincere. I fondatori davvero eccezionali, secondo Hoffman, sono quelli disposti a mettere letteralmente tutto nella realizzazione del proprio progetto, rinunciando anche alle maratone serali su Netflix dopo l'orario d'ufficio.
Ma dove si trova esattamente il limite tra dedizione estrema e burnout? Alcuni imprenditori della Silicon Valley hanno iniziato a contestare la tossicità delle settimane da 100 ore lavorative. Tuttavia persiste un consenso generale: gli orari dalle nove alle cinque non portano a una crescita professionale rapida. Khozema Shipchandler, amministratore delegato di Twilio (azienda valutata 17 miliardi di dollari), si concede solo otto ore il sabato per non pensare al lavoro. "Ognuno di noi deve fare determinate scelte", ha spiegato a Fortune, aggiungendo di non aver mai parlato con un collega che non mantenga lo stesso ritmo.
Le testimonianze si moltiplicano anche fuori dal settore tecnologico. La campionessa di tennis Serena Williams ha affermato che gli imprenditori devono "presentarsi 28 ore su 24" ogni giorno, mentre il multimilionario O'Leary consiglia ai fondatori di dimenticarsi dell'equilibrio e prepararsi a lavorare "25 ore al giorno, sette giorni su sette, per sempre". Pur trattandosi di iperboli, quest'anno il miliardario Sergey Brin ha fornito un numero più concreto: 60 ore settimanali sarebbero il punto ottimale di produttività, come ha riferito ai dipendenti del team Google Gemini.
Gli esperti di gestione delle risorse umane offrono una lettura più sfumata di queste dichiarazioni. "La lezione per la maggior parte dei giovani professionisti è che se vuoi avanzare, non ci arriverai con 40 ore settimanali", ha dichiarato a Fortune Dan Kaplan, co-responsabile della divisione CHRO presso ZRG Partners. Secondo Kaplan, il vero punto non riguarda le 60 ore in sé, ma piuttosto la disponibilità a lavorare il necessario fino al completamento dei progetti.
Lo stesso Feldman, interrogato da Fortune, respinge l'idea di un numero magico di ore. Ciò che conta davvero è l'approccio mentale: non si tratta di accumulare ore registrate nel timesheet aziendale, ma di essere appassionati e completamente assorbiti dal proprio lavoro. "Si tratta di essere spinti a cambiare il mondo, di essere il meglio che puoi essere e di aiutare il tuo team a dare il massimo", ha spiegato l'amministratore delegato di Cerebras.
Questo approccio rappresenta una sfida culturale particolarmente significativa in un momento storico in cui molti lavoratori, soprattutto le nuove generazioni, rivendicano settimane lavorative più brevi e maggiore flessibilità. Il contrasto tra queste due visioni del lavoro continua ad alimentare un dibattito che va oltre la semplice questione degli orari, toccando il significato stesso dell'ambizione professionale e del successo nella società contemporanea.