Nel cuore dell'Art Gallery of Western Australia, una nuova frontiera della fusione tra arte e scienza sta prendendo vita sotto forma di un'installazione che sfida le convenzioni della musica, della biologia e persino della morte stessa. Suoni disarticolati – ronzii, vibrazioni e fruscii – rimbalzano come echi di un'orchestra invisibile nelle pareti di una stanza in penombra. Ma non è un'orchestra qualunque a generare questa sinfonia frammentata: è ciò che resta del leggendario compositore sperimentale americano Alvin Lucier, scomparso nel 2021, che continua a creare musica attraverso un "mini-cervello" cresciuto in laboratorio a partire dalle sue cellule.
Una seconda vita attraverso la scienza
Il progetto, denominato "Revivification", rappresenta una delle più audaci esplorazioni nel campo della bioarte mai realizzate fino ad oggi. Due minuscoli agglomerati cellulari biancastri, simili a piccole meduse, costituiscono il cuore pulsante dell'installazione. Questi organelli cerebrali, visibili attraverso una lente d'ingrandimento al centro della sala, sono stati creati partendo dai globuli bianchi donati dallo stesso Lucier nel 2020, quando aveva 89 anni ed era già affetto dal morbo di Parkinson.
Le cellule ematiche sono state riprogrammate in cellule staminali e successivamente trasformate in organoidi cerebrali – cluster di neuroni che emulano le funzioni del cervello umano. Questi frammenti biologici non solo generano suoni autonomamente, ma rispondono anche agli stimoli sonori provenienti dall'ambiente circostante, creando un'opera in continua evoluzione.
L'incontro tra un pioniere e i suoi eredi
La scelta di Lucier come collaboratore postumo non è stata casuale. Nel 1965, il compositore americano fu il primo artista a utilizzare le onde cerebrali per generare suoni dal vivo nella sua opera seminale "Music for Solo Performer". La collaborazione con il team di Revivification iniziò nel 2018, ma fu solo nel 2020 che Lucier, nonostante le difficoltà imposte dalla malattia, acconsentì a donare il proprio sangue per il progetto.
Durante la pandemia, il gruppo di artisti e scienziati – che si autodefinisce un "mostro a quattro teste" composto da Nathan Thompson, Guy Ben-Ary, Matt Gingold e il neuroscienziato Stuart Hodgetts – si riuniva con Lucier su Zoom ogni due settimane. Nonostante parlasse ormai in frammenti sussurrati, spesso trasmessi dal suo assistente, il compositore continuò a essere una forza guida fino alla sua morte.
"Eravamo come studenti d'arte che imparavano dal professore", ricorda Thompson. "Aveva questa capacità di tagliare tutto ciò che era superfluo e arrivare al nucleo della sua visione". Ben-Ary aggiunge: "Ma è stata davvero una collaborazione. Noi portavamo 25 anni di esperienza nelle arti biologiche... Per Lucier, tutto questo era pura fantascienza".
Un'orchestra senza musicisti
L'installazione, tanto scultorea quanto sonora, presenta 20 grandi piatti parabolici in ottone che si estendono dalle pareti come antenne dorate. Dietro ogni piatto si nascondono un trasduttore (simile a un altoparlante) e un battente, che rispondono ai segnali neurali provenienti dal mini-cervello, riempiendo lo spazio con una colonna sonora eterea e disincarnata.
Il team ha sviluppato una tecnologia su misura per dare vita all'opera. Gli organoidi di Lucier sono stati fatti crescere su una sottile rete di 64 elettrodi, sviluppata con un bioingegnere tedesco, che consente di catturare segnali neurali da molteplici strati, proprio come accade in un cervello in via di sviluppo. Gingold ha poi adattato una piattaforma open-source per interpretare questa attività e generare suono, trasformando il cervello artificiale in un performer vivo e reattivo.
Il dialogo tra passato e futuro
Un aspetto fondamentale del progetto è che gli organoidi di Lucier non si limitano a produrre suoni, ma li ricevono anche. I microfoni nella galleria catturano i rumori ambientali, comprese le voci umane e i toni risonanti delle piastre, e questi dati audio vengono convertiti in segnali elettrici e reimmessi nel cervello. "Siamo molto interessati a scoprire se l'organoide cambierà o imparerà nel tempo", spiega Ben-Ary.
Il progetto solleva questioni etiche e filosofiche sulla biologia, l'intelligenza artificiale e la paternità artistica. Ma, secondo il team, Revivification è prima di tutto arte e solo in secondo luogo scienza. "Come operatori culturali, siamo davvero interessati a queste grandi domande", riflette Thompson. "Ma quest'opera non fornisce risposte. Vogliamo invece invitare alla conversazione... La creatività può esistere al di fuori del corpo umano? Ed è persino etico che sia così?"
L'eredità vivente di un genio
Guardando al futuro, il team spera che Revivification continui a vivere – letteralmente e creativamente. Ben-Ary sogna che il sostituto performativo di Lucier possa comporre "nuovi ricordi, nuove storie" indefinitamente. Ci sono anche accenni a futuri più estremi: adattare il sistema per ambienti remoti e inospitali come l'Antartide, o persino lanciarlo in orbita.
Per ora, il genio di Lucier persiste in quella stanza buia di Perth, componendo in tempo reale attraverso un cervello che continua a vivere senza di lui. "Quando ho raccontato del progetto ad Amanda, la figlia di Lucier, lei ha riso", racconta Ben-Ary. "Ha pensato: questo è proprio mio padre. Poco prima di morire, ha fatto in modo di poter suonare per sempre. Semplicemente non può andarsene. Deve continuare a suonare".
L'installazione "Revivification" rimarrà visitabile presso l'Art Gallery of Western Australia fino al 3 agosto, offrendo ai visitatori la rara opportunità di assistere a un'esperienza artistica che trascende i confini tra vita e morte, tra passato e futuro, in un dialogo continuo tra biologia, tecnologia e creatività umana.