La battaglia legale che avrebbe potuto smantellare l'impero di Google si è conclusa con un risultato sorprendente: l'intelligenza artificiale ha salvato il colosso di Mountain View da una potenziale catastrofe. Il giudice Amit Mehta, che nel 2024 aveva dichiarato illegale il monopolio di Google nel settore delle ricerche online, ha deciso di non imporre le sanzioni più drastiche richieste dal governo americano. La ragione? L'emergere di una nuova concorrenza nel campo dell'IA generativa ha cambiato completamente le carte in tavola, rendendo meno urgente lo smantellamento forzato del gigante tecnologico.
Il verdetto che ha deluso i critici
Invece di costringere Google a vendere Chrome, il browser più utilizzato al mondo, Mehta ha optato per misure più moderate. L'azienda non potrà più siglare accordi di distribuzione esclusivi per il suo motore di ricerca e dovrà condividere alcuni dati con i competitor. Una decisione che ha scatenato critiche feroci, con molti osservatori che hanno definito le sanzioni nient'altro che "un colpetto sul polso".
Il paradosso della situazione risiede nel fatto che Google deve la sua salvezza proprio al suo principale rivale: OpenAI. Come ha spiegato il giudice nella sua sentenza, "l'emergere dell'IA generativa ha cambiato il corso di questo caso". Le aziende che sviluppano intelligenza artificiale stanno attirando centinaia di miliardi di dollari di investimenti, creando prodotti che minacciano direttamente il primato delle ricerche tradizionali su internet.
Quando David minaccia Golia
L'ironia della vicenda raggiunge il suo apice considerando che furono proprio i ricercatori di Google a gettare le basi teoriche per ChatGPT nel 2017. Ora quella stessa tecnologia, sviluppata dalla startup di Sam Altman, ha rappresentato una minaccia tale da spingere il management di Google a dichiarare "codice rosso" nel dicembre 2022. Sundar Pichai ha dovuto riorganizzare migliaia di dipendenti per rispondere all'emergenza IA.
Mehta ha citato OpenAI e ChatGPT ben 30 volte ciascuno nella sua sentenza, riconoscendo che queste aziende "sono già in una posizione migliore, sia finanziariamente che tecnologicamente, per competere con Google rispetto a qualsiasi compagnia di ricerca tradizionale degli ultimi decenni". Un cambiamento evidente anche nelle strategie di Apple: se nel giugno 2024 la Mela ha annunciato una partnership con OpenAI per l'iPhone, ad agosto 2025 ha avviato trattative con Google per utilizzare Gemini nel rinnovamento di Siri.
Il fronte dei contenuti creativi si riorganizza
Mentre Google festeggia la sua salvezza, un'altra battaglia dell'IA si è conclusa con un accordo storico. Anthropic, la società dietro il chatbot Claude, ha accettato di pagare 1,5 miliardi di dollari per chiudere una causa intentata da scrittori e autori che accusavano l'azienda di aver utilizzato illegalmente milioni di libri per addestrare i propri modelli. Si tratta del più grande risarcimento mai ottenuto per violazione del copyright nella storia.
L'accordo prevede 3.000 dollari per opera a circa 500.000 autori, dopo che Anthropic aveva ammesso di aver utilizzato database di libri piratati come Books3, Library Genesis e Pirate Library Mirror. La compagnia aveva poi tentato di sanare la situazione acquistando e scansionando milioni di copie fisiche degli stessi libri, per poi distruggerle: un incredibile spreco di risorse.
L'effetto domino nei tribunali
La vittoria degli scrittori contro Anthropic sta già ispirando altre azioni legali. Lo stesso giorno dell'annuncio dell'accordo, alcuni autori hanno citato in giudizio Apple per aver utilizzato similmente Books3 nell'addestramento della sua IA. Meta potrebbe essere il prossimo obiettivo, avendo anch'essa ammesso l'uso degli stessi database piratati per i suoi modelli Llama.
Il caso presenta tuttavia delle sfumature importanti: il giudice William Alsup aveva stabilito a luglio che l'uso di libri protetti da copyright come dati di addestramento fosse lecito sotto la dottrina del "fair use", paragonando l'IA a "un lettore che aspira a diventare scrittore". La vera questione legale riguardava la pirateria, un atto molto più chiaramente illegale.
Nel frattempo, Google deve ancora affrontare altre battaglie legali. Un'altra udienza antitrust è prevista per quest'anno riguardo alla tecnologia pubblicitaria, il vero motore finanziario dell'azienda. L'Unione Europea ha già multato Google per quasi 3 miliardi di euro nella stessa settimana della decisione di Mehta, minacciando lo smantellamento della divisione pubblicitaria. I lupi, insomma, continuano a circolare attorno al gigante di Mountain View.