Il trauma storico come catalizzatore creativo
Il rapporto di Menlibayeva con l'intelligenza artificiale affonda le radici in una ferita collettiva profonda: la distruzione della cultura nomade kazaka durante l'era sovietica. "Forse il mio interesse per l'intelligenza artificiale è radicato nella storia traumatica dei nomadi kazaki", spiega l'artista, ricordando come la collettivizzazione forzata abbia smantellato il modo di vita ancestrale sotto la maschera del progresso tecnologico. Questa consapevolezza storica permea ogni suo lavoro, trasformando l'AI da strumento neutro in terreno di confronto ideologico.
Nata in Kazakhstan e formata nel sistema artistico sovietico, Menlibayeva ha sviluppato una pratica artistica che attraversa diversi medium. La sua educazione, che spazia dai tessuti tradizionali al futurismo russo, si riflette in opere stratificate che dal 2022 integrano sistematicamente l'intelligenza artificiale. Questa evoluzione rappresenta un punto di svolta in decenni di ricerca dedicata ai temi dell'erasure storico e della sopravvivenza culturale.
Quando la censura genera arte
Il progetto "AI Realism: Qantar 2022" nasce da un momento di crisi nazionale: le proteste di gennaio in Kazakhstan, violentemente represse dal governo e successivamente censurate dai media ufficiali. Durante quei giorni drammatici, il blackout internet totale ha trasformato il paese in un vuoto informativo, spingendo l'artista verso una soluzione creativa inaspettata.
Raccogliendo frammenti di testimonianze attraverso social media e messaggi vocali, Menlibayeva ha estratto parole chiave in kazako e russo, trasformandole in materia prima per algoritmi di text-to-image. "La situazione stessa mi ha spinto, perché quando sono accaduti questi eventi politici, internet è stato chiuso in tutto il paese", ricorda l'artista. Il risultato è un video di 24 minuti accompagnato da una serie di immagini inquietanti che sfidano ogni interpretazione lineare.
Mappe tessute e memorie sintetiche
L'installazione "Posthuman Matter: The Map of Nomadizing Reimaginings #3", recentemente presentata alla Biennale VRHAM! di Amburgo, rappresenta l'evoluzione più recente di questa ricerca. Schermi video proiettano dal pavimento immagini di laghi salati, villaggi della steppa e siti nucleari abbandonati, mentre sopra di essi fluttua una grande mappa tessile realizzata a mano da artigiani kazakhi. Questa cartografia alternativa dell'Asia Centrale comprende dodici siti significativi, ognuno corrispondente a uno dei video sottostanti.
L'opera fa parte della serie "cyber textiles" di Menlibayeva, che immagina una geografia diversa della regione. Ogni video è costruito mescolando riprese documentarie reali con contenuti generati artificialmente, infondendo nei luoghi rituali femministi, tradizioni narrative nomadi e sussurri di lingue a rischio di estinzione.
Il metodo dietro la resistenza digitale
Il processo creativo di Menlibayeva inizia sempre dal mondo analogico: fotografie personali, frame video o motivi ricamati tramandati dalle generazioni precedenti. Questi materiali vengono poi trasformati utilizzando Stable Diffusion, Midjourney e Perplexity, mentre per i lavori video impiega Deforum, Runway e Kaiber AI. "La mia prima fase è trovare il prompt giusto. Poi scelgo la piattaforma più adatta in base a quanto funziona bene per quell'idea specifica", spiega l'artista.
Nonostante alcuni celebrino il potenziale democratizzante dell'AI, Menlibayeva rimane cauta: "L'AI è uno strumento complesso con potenziale democratizzante ma anche il rischio di rafforzare nuove gerarchie". La sua consapevolezza del controllo corporativo sui sistemi di intelligenza artificiale la porta a un utilizzo strategicamente sovversivo di queste tecnologie.
Umanizzare l'algoritmo
Per Menlibayeva, "umanizzare l'AI" non significa insegnare alle macchine a imitare l'empatia, ma piuttosto inserire storie umane, memorie e resistenza nella loro logica operativa. "L'AI agisce sia come strumento che come specchio distorto, riflettendo i codici nascosti, le preferenze e le limitazioni dei suoi creatori: dati, cultura e potere", osserva l'artista. La sua arte trasforma l'intelligenza artificiale in un mezzo per recuperare ciò che archivi statali, libri di storia e media dominanti rifiutano di preservare.
Attraverso questa pratica, Menlibayeva dimostra come l'arte possa appropriarsi delle tecnologie del controllo per trasformarle in strumenti di liberazione culturale. "Ecco perché, come artista, cerco di non obbedire a questa logica, ma di trasformarla. Umanizzare l'AI non è compito dei programmatori, è compito degli artisti", conclude con una dichiarazione che suona come un manifesto per l'arte contemporanea nell'era dell'intelligenza artificiale.