I moderatori sostengono di aver sviluppato disturbi come PTSD, depressione e ansia generalizzata a causa della continua esposizione a contenuti traumatici come violenza estrema, abusi su minori, torture e omicidi. Molti riportano sintomi come incubi, flashback e cambiamenti comportamentali. La causa evidenzia i costi umani nascosti dietro la moderazione dei contenuti sui social media, un lavoro ancora svolto in gran parte da persone nonostante i progressi dell'intelligenza artificiale.
Le condizioni di lavoro denunciate
Secondo le accuse, i moderatori lavoravano in turni diurni e notturni in un ambiente con luci accecanti, aria condizionata gelida e postazioni scomode. Avevano in media un minuto per valutare ogni contenuto, con un monitoraggio costante delle prestazioni che poteva portare al licenziamento se non soddisfacenti. Molti riferiscono di aver dovuto continuare a lavorare anche dopo aver assistito a scene particolarmente traumatiche.
Una donna sulla trentina ha raccontato di aver dovuto visionare un video che mostrava un uomo smembrato fino alla morte. Quando si è allontanata piangendo dalla postazione, il team leader l'ha seguita chiedendole di tornare subito al lavoro. Altri contenuti includevano esecuzioni sommarie durante la guerra civile in Etiopia.
I danni psicologici riportati
Tra i disturbi diagnosticati ai moderatori figurano:
- Disturbo da stress post-traumatico (PTSD)
- Depressione
- Disturbo d'ansia generalizzato
- Trypofobia (paura dei pattern con buchi)
- Desensibilizzazione sessuale o dipendenza da pornografia
Una giovane madre ha sviluppato comportamenti autolesionisti come sbattere mattoni contro il muro di casa o mordersi il braccio. Altri riportano incubi ricorrenti, flashback e cambiamenti di personalità.
La risposta di Meta e le richieste dei moderatori
Meta ha dichiarato di richiedere alle aziende di outsourcing di offrire counseling e assistenza sanitaria, pagare al di sopra degli standard locali e fornire soluzioni tecniche per limitare l'esposizione a materiali grafici. Tuttavia, i moderatori sostengono che le richieste di cure psichiatriche venivano ignorate e che i counselor forniti non erano medici qualificati per gestire crisi di salute mentale.
La causa si basa su leggi keniote contro il lavoro forzato, la tratta di esseri umani, la schiavitù moderna e le pratiche di lavoro inique. I moderatori chiedono un risarcimento per i danni subiti e migliori condizioni di lavoro.
Il contesto più ampio
Questo caso si inserisce in un contesto più ampio di azioni legali intentate da moderatori di contenuti contro le piattaforme social. Nel 2020, Facebook ha pagato 52 milioni di dollari a oltre 10.000 moderatori negli Stati Uniti per l'esposizione a contenuti grafici. Una causa simile è in corso in Irlanda.
La vicenda solleva importanti questioni etiche sull'impatto umano della moderazione dei contenuti online e sulla responsabilità delle aziende tecnologiche nel proteggere il benessere psicologico dei lavoratori esposti a materiali traumatici. Mentre l'intelligenza artificiale progredisce, il ruolo dei moderatori umani rimane cruciale, evidenziando la necessità di maggiori tutele e supporto per questi lavoratori spesso invisibili ma essenziali.