Nel silenzio di una biblioteca digitale clandestina, migliaia di libri di autori australiani sono stati archiviati senza consenso, pronti per essere divorati dagli algoritmi di intelligenza artificiale di Meta. La rabbia monta tra gli scrittori del continente oceanico che hanno scoperto come le loro opere siano finite in LibGen, un controverso database utilizzato dall'azienda di Mark Zuckerberg per addestrare i propri sistemi AI. La vicenda solleva interrogativi fondamentali sui diritti d'autore nell'era digitale e sulla necessità di nuove tutele legislative in Australia, dove il mercato editoriale già soffre di dimensioni ridotte e le royalties rappresentano spesso l'unica fonte di sostentamento per molti autori.
Quando i giganti del web si nutrono di parole rubate
La rivista The Atlantic ha recentemente pubblicato un database consultabile che permette agli autori di verificare se le proprie opere sono state incluse in LibGen. La scoperta è stata scioccante per molti scrittori australiani, tra cui persino ex primi ministri come Malcolm Turnbull, Kevin Rudd, Julia Gillard e John Howard, i cui libri figurano nell'archivio pirata.
"È stato come ricevere un pugno allo stomaco", confessa la giornalista e scrittrice Tracey Spicer, che ha trovato due dei suoi libri nel database, incluso "Man-Made", un'opera che, ironicamente, tratta proprio dell'ascesa dell'intelligenza artificiale. "Gli autori non guadagnano molto, specialmente in un mercato piccolo come quello australiano. Questa è l'apice del tecnocapitalismo".
L'indignazione cresce tra gli scrittori australiani
Holden Sheppard, autore del fortunato romanzo young adult "Invisible Boys", successivamente adattato in una serie televisiva su Stan, ha scoperto che due dei suoi libri e due racconti brevi sono stati inclusi nella raccolta. La sua reazione non lascia spazio a interpretazioni: "Sono furioso nell'apprendere che i miei libri sono stati nuovamente piratati e utilizzati senza il mio consenso per addestrare un sistema di AI generativa, una pratica che ritengo non solo contraria all'etica ma anche illegale nella sua forma attuale".
L'autore sottolinea come nessuno dei migliaia di scrittori coinvolti abbia dato il proprio consenso, né ricevuto alcun compenso. "Considerato che Meta vale letteralmente miliardi, si trova assolutamente nella posizione finanziaria di poter compensare equamente gli autori. Più importante ancora, non è al di sopra della legge ed è tenuta a ottenere il consenso".
Il lavoro di una vita sfruttato senza permesso
La critica cinematografica Alexandra Heller-Nicholas, autrice premiata di dieci libri sul cinema di culto, tra cui "1000 Women in Horror" e "Cinema Coven", ha trovato otto delle sue opere, inclusi libri che ha co-curato, presenti nel database. "Non è un'esagerazione dire che questo è il lavoro di tutta la mia vita. Sono turbata, arrabbiata, ma soprattutto esausta", ha dichiarato, unendosi al coro di voci che chiedono un intervento del governo federale australiano.
Sophie Cunningham, presidente della Australian Society of Authors, ha rivelato di essere stata contattata da decine di autori le cui opere sono state incluse nel database. L'associazione ha lanciato un appello – paradossalmente proprio su Facebook, piattaforma di proprietà di Meta – invitando gli scrittori a mettersi in contatto per organizzare un'azione di difesa collettiva.
La risposta dei colossi digitali e le prime reazioni legislative
"Le grandi aziende tecnologiche stanno realizzando profitti enormi e riducendo gli scrittori a servi della gleba", denuncia Cunningham. "La maggior parte degli autori è fortunata se guadagna 18.000 dollari all'anno... e ora non hanno nemmeno il diritto di essere coinvolti nella decisione su quali opere vengano utilizzate". Secondo la presidente, Meta sta trattando gli scrittori con aperto disprezzo.
Meta ha rifiutato di commentare la vicenda, citando il contenzioso legale in corso negli Stati Uniti, dove già diversi autori, tra cui Ta-Nehisi Coates e la comica Sarah Silverman, hanno intentato causa per violazione del copyright. Secondo documenti legali depositati in tribunale a gennaio, lo stesso Mark Zuckerberg avrebbe approvato l'utilizzo del dataset LibGen nonostante gli avvertimenti del suo team esecutivo AI che si trattasse di un archivio "notoriamente piratato".
Nel frattempo, l'azienda starebbe facendo pressioni sull'amministrazione Trump affinché dichiari, tramite ordine esecutivo, che l'addestramento dell'IA su dati protetti da copyright rientri nel "fair use", il principio che consente l'utilizzo limitato di materiale protetto senza autorizzazione.
Verso nuovi modelli di collaborazione
La questione ha sollevato preoccupazioni anche a livello editoriale in Australia. A Melbourne, la casa editrice Black Inc Books ha recentemente chiesto ai propri autori di acconsentire all'utilizzo delle loro opere per l'addestramento dell'intelligenza artificiale, suscitando allarme tra scrittori, agenti letterari e l'organizzazione di categoria.
Alcune aziende di IA hanno iniziato a stipulare accordi con gli editori per l'utilizzo dei loro contenuti, come nel caso di OpenAI, che a febbraio ha firmato un contratto con il Guardian per l'utilizzo dei contenuti del giornale in ChatGPT. Si tratta di un possibile modello per il futuro, ma che al momento appare ancora lontano dal risolvere il conflitto fondamentale tra innovazione tecnologica e diritti degli autori.
Sheppard chiede con urgenza l'introduzione di "una legislazione specifica sull'IA in Australia che obblighi gli sviluppatori o gli utilizzatori di IA generativa ad adottare una serie di misure per conformarsi alla legislazione esistente sul copyright". Una richiesta che risuona tra gli scrittori australiani, sempre più determinati a far valere i propri diritti in un panorama digitale in rapida evoluzione.